Le risposte della realtà e i tuoi ruoli-personaggi. L’identità che non è più identica. E finalmente un esercizio per trovare i tuoi ruoli-personaggi – passati e futuri. 

 

Todo cambia

Ce l’hanno detto negli ultimi anni praticamente ogni giorno – presentatori televisivi, annunciatori radiofonici, artisti e scienziati: viviamo in un’epoca di cambiamento.

E che oggi tutto cambia, di conseguenza – continuamente. Parte, si sviluppa, continua e scorre via. E proprio ciò che solo qualche mese fa veniva considerato imprescindibile, si rivela in realtà – nel giro di poche tragiche ore – un fenomeno passeggero, che sarà presto messo in ombra e poi sostituito a sua volta.

Di che cosa ci si può sorprendere allora?  Che cosa può, davvero, scandalizzare o illuminare? E soprattutto, perché fare qualsiasi cosa, visto che tutto cambia – tutto – e nessuno ne conserverà memoria?

La durata breve spaventa, oggi, molto più di quella lunga. Meglio attaccarsi a ciò che si ha e si è conquistato – è poco, ma almeno c’è. Da questa tenace posizione di difesa, poi, stare guardare tutto il resto che passa, sperando che non crei problemi.

E’ proprio tale posizione – quella dello spettatore – un inganno pericoloso, una specie di diga traballante: la quale, nonostante l’evidenza, si vuole considerare incorruttibile – e che non potrà reggere alla forza stessa di ciò da cui si scappa.

Questo articolo propone una teoria e un metodo per riutilizzare il materiale che compone questa diga – e per convertirla in scialuppa, zattera, arca, strumento di ripartenza.

Significati multipli ovunque

Tutto è speciale, pur avendo perso la dimensione privata: è il condiviso, oggi, ad essere prezioso, non il segreto più elitario. Le esperienze individuali, poi, possono essere accumulate in abbondanza, eppure anche l’inerzia si fortifica: e cresce la tenebra in forma di ossessioni, perversioni, fobie, malattie non ancora riconosciute dalla medicina autorizzata. E molto, pare, è così facilmente raggiungibile che solo in pochi stendono la mano a raccoglierlo.

E c’è grande conoscenza attorno: eppure – o proprio per questo – la confusione dilaga a sua volta.

Che sia un prodotto o un personaggio, una moda o un’applicazione telefonica, ogni cosa equivale oggi a più cose allo stesso tempo – contiene il suo massimo e il suo minimo, tutti i suoi punti intermedi e la natura del molteplice.

E anche questo post stesso non è un vago esercizio filosofico, ma rivela molto di più: la pluralità di qualcosa – e vedremo cosa –  che ha fatto comodo (molto comodo) considerare finora come singolare. In un’epoca in cui tutto cambia, cioè, anche la tua percezione cambia rapidamente: e si basa su tutto ciò che, di volta in volta, credi di sapere di te e del mondo che ti circonda.

Facciamo un gioco

Facciamo un gioco dagli effetti illuminanti.

Entra in una stanza spaziosa (per esempio una sala conferenze), e osserva tutto quello che c’è intorno. Prenditi qualche minuto per dare uno sguardo d’insieme, qualche altro per notare i dettagli; cerca di fare attenzione, soprattutto, a ciò su cui si posa il tuo sguardo – perché è ciò a cui dai significato – ed esci dalla stanza quando credi di aver finito. Fermati pure sulla soglia, se vuoi.

Ora, immagina che un’altra persona, ad esempio un pittore di tua conoscenza (o immaginario, appunto) entri nella stessa stanza – per osservare. E’ molto facile realizzare che non sempre quello che avrà attratto maggiormente la tua attenzione coinciderà con quello che attrae la sua. Essendo pittore, infatti, è verosimile aspettarsi che guarderà prima di tutto le pareti; e che, facendolo, noterà se ci sono dipinti, in modo molto più interessato di quanto abbia fatto tu prima. Magari studierà un particolare dipinto per il resto del tempo, se questo attrarrà la sua attenzione, dimenticando di continuare il suo giro per la stanza finché qualcuno non glielo farà notare. Se è un pittore di paesaggi, tuttavia (anche questo è possibile) potrebbe fermarsi davanti alla finestra, e guardare ciò che da essa si lascia vedere.

Lascia ora che il pittore, quando avrà finito di osservare ciò che per lui conta di più, torni verso la soglia della stanza. E lascia entrare un altro ospite: un elettricista, poniamo.

Ancora una volta, il giro e l’attenzione dell’osservatore cambieranno drasticamente. Alla sua uscita, infatti, non si potrà dubitare che l’elettricista avrà un’idea più precisa – rispetto a te e al pittore – del numero e della posizione delle prese di corrente elettrica che ci sono nella stanza; avrà anche notato, sicuramente, i dispositivi di illuminazione presenti in sala; e capito molto di più circa la presenza e l’intreccio di quei fili invisibili che, a pochi millimetri dietro le pareti, contribuiscono a portare energia elettrica alla stanza.

Che cosa vuol dire tutto ciò?

E’ proprio la stessa stanza, indubbiamente: la stessa stanza – che però lascia vedere di sé aspetti diversissimi in base a chi la guarda – in base all’identità assunta dall’osservatore.

L’identità della stanza, cioè, risponde in modo molteplice – potremmo dire intelligente – alle identità dei suoi ospiti. Mostra, di sé, ciò che l’osservatore sa di poter vedere, di volta in volta e a seconda delle sue conoscenze.

Lo stesso vale per tutta la realtà che ti circonda: quello che vedi attorno, e soprattutto tutto ciò a cui dai significato, non è, cioè, quello che ha significato incontestabile e assoluto. Quello che hai intorno nella tua vita, la tua vita cosciente tutta, non è che una e una sola risposta dell’ambiente circostante – una e una sola – a che cosa? Alla tua definizione di te stesso, quando questa è anch’essa una e una sola.

E’ la tua definizione di te stesso – ciò che credi di essere e di sapere di te e del tuo passato, e di tutto ciò che percepisci – che ti porta a dare valore ad alcune cose e non ad altre; e a percepire la risposta di quelle cose (e non di altre) in un certo determinato modo che tu hai contribuito ad imbastire.

La realtà risponde

La realtà risponde, dunque – a cosa? Al copione che hai scelto di seguire – al ruolo principale che hai deciso di interpretare.

Così, se hai deciso di fare il pescatore, presterai tantissima della tua energia individuale alla valutazione di certe configurazioni metereologiche (pioggia forte e vento) oppure di altre (mare piatto) – poiché da quelle configurazioni, chiaramente, dipenderà l’attività del personaggio che stai interpretando – il pescatore.

Se hai deciso di fare la casalinga, dedicherai gran parte della tua vita alla pulizia e alla gestione della casa, e di tutti coloro che vi abitano. E nella tua realtà ci sarà molto cucinare e molto andare per supermercati, molto esercizio nell’arte del risparmio, ci sarà energia da dedicare alla pulizia di bagni e pavimenti, e a fare il bucato, e a tutte quelle esperienze e attività che faranno di questo tuo ruolo il centro vivo della vita che hai deciso di condurre.

Se credi di essere un politico, poi, vorrai dominare il territorio che qualche altro politico, prima di te, avrà definito come sua giurisdizione. E tutto ciò che questo territorio contiene, cose, animali e cose – vorrai gestire, e su quello fare leggi che tutto e tutti (almeno coloro che ti riconoscono come loro rappresentante e dominatore) dovranno rispettare. E la realtà ti permetterà di confrontarti con esperienze che altri personaggi, immersi in altri ruoli, non avranno: così trascorrerai tempo nei palazzi istituzionali, accanto ad altre figure di cui condividerai il desiderio di potere su persone e animali e cose, e il bisogno di dominio e gestione dello stesso territorio: e gran parte delle tue giornate saranno dedicate a tutte quelle attività che un politico – e solo un politico – può permettersi: discorsi di politica ad altri politici, organizzazioni di assemblee politiche, interviste con giornalisti esperti di politica, e interessanti studi di strategia per arrivare a spiccare nell’ambiente politico.

L’identità

Ciò che crediamo di sapere di noi stessi e di un nostro ruolo è quello che molti sociologi, psicologi e filosofi dei secoli scorsi hanno denotato col nome di identità.

E’ una parola che viene dal latino – cioè da identitas; la quale a sua volta viene dal pronome idem, utilizzato (oggi e in passato) per esprimere l’idea di “stesso, uguale a quanto già indicato, espresso, detto o dimostrato”.

La carta d’identità, infatti, è quel documento che le autorità istituzionali impongono e utilizzano per confermare – all’interno dei sistemi in cui vale il loro potere – che ogni individuo non cambia, nel corso della vita: al contrario, è sempre definito e circoscritto comodamente: da che cosa? Da tutte le informazioni che compaiono sul documento stesso, e che lo restringono a un insieme di dati che, se trascurati, lo porterebbero a lasciare indietro la sua identità – a divenire indefinibile, troppo grande per il documento stesso.

D’altronde, è importante dire che la circolazione del sapere e la condivisione di esperienze tramite le forme dell’arte, della scienza e della cultura ha permesso di rendersi conto che l’identità di un individuo occidentale del 2018 non è quella di un individuo della generazione precedente.

Non è un caso che proprio di recente diversi intellettuali, soprattutto in Francia, hanno avanzato intelligenti proposte di modifica del documento, in modo da renderlo rapidamente aggiornabile e molto più fluido, in un’epoca in cui nome, cognome, data di nascita, sesso e professione non sono più parametri fissi, ma tappe da mettere continuamente in gioco.

Come?

Ogni identità è una tappa intermedia

Ricevere le risposte molteplici della realtà nella consapevolezza dei propri personaggi interpretati dà grandi possibilità di gestione della propria quotidianità, e velocizza la capacità di trovare sia risorse che soluzioni ai propri problemi.  Non ci saranno, infatti, risposte della realtà che non corrispondono a parti di noi stessi più o meno vive, più o meno esigenti, che – se ascoltate ed ammesse – consentiranno di uscire da recinti mentali finora considerati invalicabili.

Si tratta, naturalmente, di definire i confini e le estensioni dei propri ruoli – cioè di quelle convinzioni che li mantengono in vita – in modo da accorgersi dei conflitti che possono sorgere tra i nostri vari ruoli, o tra i nostri e quelli di qualcun altro. E in modo, appunto, da trascenderli.

Considerarsi coincidente con la propria identità, in effetti, chiude ogni possibilità di cambiamento – in nome del presunto vantaggio di trattenere il passato (cioè che è idem o “stesso”, infatti, può essere “stesso” solo in relazione a qualcosa di già avvenuto): o più esattamente, un passato – quello che non è né particolarmente eccitante né realmente piacevole, ma che ha la caratteristica di essere tollerabile, rispettabile, sicuro.

Se la sola identità che si crede di essere, infatti, è appunto, identica, anche la risposta della realtà sarà identica e corrispondente a quell’identità; e anche il futuro sarà identico al passato – il vivere proverà ad essere identico a se stesso. Conseguentemente, dato la presenza di energie, negli universi, superiori ai nostri sforzi individuali, tutto ciò che minaccia questa identità (e questa identicità) sarà temuto, e poi evitato: ci si sforzerà di difendere se stessi, invece che aprirsi al nuovo: ci si permetterà, persino, di non accorgersi di questo modo complicato di difendersi: e si esalterà, infine, la propria cosiddetta coerenza, il proprio mantenersi saldi, la propria incapacità di concedersi avventure.

Meglio, invece, passare dall’idea di un’identità unica, solida, costretta dalle collettività ad affermarsi in modo uguale nel tempo, all’idea di diverse identità per ogni individuo –  che si riconoscerà non più come uno, stesso, definito dal passato, ma molteplice, plurale, intermedio – teso al futuro.

Ed anche il momento presente, ogni istante che si presenterà alla percezione, visto in questo modo, non sarà più soltanto il risultato – inevitabile ed identico – di un passato troppo forte, impossibile da cambiare, anch’esso identico; ma solo una tra tantissime, infinite tappe intermedie, preziosissime proprio perché permettono di avere un’idea del cammino finora percorso, di vedere le sue variazioni, le sue deviazioni dalla strada maestra,  e di apprezzarle, perché proprio queste – come tutte le escursioni nel buio – hanno dato valore alla luce, alla strada fatta, e hanno permesso di capire il modo migliore per raggiungere questo o quel tesoro: tutto ciò, cioè, che cambia la storia dei propri valori, e crea la forma della crescita.

Un esercizio per trovare alcune identità sepolte – e per la loro riorganizzazione:

La cosa migliore è fare il seguente esercizio a fine giornata, ed idealmente prima di andare a dormire. Tutto ciò che occorre è una penna e un po’ di carta su cui scrivere. Si tratta infatti, grosso modo, di trovare risposte – sincere e rapide – alle seguenti cinque domande. Per desiderio di chiarezza (forse eccessiva, data l’estrema facilità dell’esercizio), sono state presentate le risposte alle prime 2 domande.

 

  1. Qual è il ruolo principale che interpreti nella tua vita quotidiana? E quale ambiente o collettività gli fa da contorno e lo sostiene?

Esempio di risposta: Il mio ruolo principale è quello di padre. La collettività che gli fa da contorno è la famiglia.

  1. Quali sono i tuoi ruoli secondari? A quale ambiente o collettività si riferiscono, da quali gruppi sono sostenuti?

Esempio di risposta: Se il mio ruolo principale è quello di padre, i miei ruoli secondari sono quelli di marito e di avvocato. Il ruolo secondario di marito ha come collettività di supporto la famiglia; il ruolo secondario di avvocato ha come collettività di supporto l’insieme dei miei colleghi,dei  giudici,dei  funzionari legali di vario tipo e dei clienti con cui il mio personaggio-avvocato interagisce.

  1. Quali sono gli obiettivi che ciascuno dei tuoi ruoli si propone? E in che modo gli obiettivi di un ruolo si relazionano a quelli di un altro ruolo? C’è, cioè scambio cooperativo tra i tuoi ruoli, oppure guerra aperta?

 

  1. Considera nuovamente ciascuno degli obiettivi di ciascuno dei tuoi ruoli-personaggi. In che misura tali obiettivi sono stati scelti da te, e in che misura sono invece imposti dalle collettività cui tali ruoli-personaggi appartengono?

 

  1. Se la realtà che ti circonda è la tua stanza che risponde – ricordando l’esempio del nostro gioco di prima – che tipo di risposte sono ancora introvabili in questa stanza? Il che equivale a chiedere: quale ruolo-personaggio ti stai impedendo di interpretare?

 

Aggiungo in chiusura che l’esercizio, come tutti gli esercizi, migliora quando fatto periodicamente, per esempio una volta al mese, per i primi tempi. E che, come si verifica per tutti gli esercizi di questo tipo (quelli, cioè, che si basano sull’indagine sincera di se stessi), i risultati che verranno ottenuti si preciseranno nel corso del tempo, e ad ogni ripetizione dell’esercizio stesso. Basta avere la volontà di seguirli e, più di tutto, il cuore per rimetterli ancora una volta in gioco.

Annunci

I due soli tipi di problemi e come superarli: una storia segreta dalla Cina imperiale

 

 

Continuiamo in questo post a divulgare tecniche e osservazioni che millenni fa, sia in Occidente sia in Oriente, erano proprietà esclusiva di reggenti e dominatori, cioè di coloro che oggi sono denominati leader, i quali utilizzavano e utilizzano propri tali conoscenze per comandare un gruppo molto più numeroso di individui e per disporre agevolmente degli impulsi, dei desideri e delle paure di questi ultimi.

Narra una leggenda di quei tempi che un discepolo promettente ma ancora inesperto, eppure sinceramente desideroso di uscire da un’esistenza monotona e asfissiante, riuscì ad ottenere un incontro con uno dei più grandi Maestri della Cina imperiale,  rinomato nei circoli superiori per aver istruito sui segreti della vita i consiglieri più illustri e persino vari imperatori, dalla loro nascita fino all’apice del dominio.

Al cospetto di una tale autorità, emozionato, il giovane finì per dimenticare tutte le sue domande, i suoi dubbi, e perché aveva voluto così intensamente quell’incontro.

“Che cos’hai dunque da chiedermi? Perché sei qui?”, gli domandò infine il Maestro dopo un silenzio prolungato.

Il giovane tremò, ci pensò ancora e ancora, e proprio quando stava per scusarsi e lasciare la sala in fretta – fuori, infatti, tantissimi altri aspettavano il proprio turno – gli si palesò un’intuizione, un’intuizione che non ebbe poi difficoltà, quando ebbe modo di ripensare alla successione dei fatti, a considerare salvatrice. Allora si sentì gioioso, capace finalmente di chiedere e di ottenere, e alzò il viso verso il Maestro, e disse:

“Voglio sapere come superare qualsiasi problema, Maestro, e so che lei, la più grande Anima della Cina, potrà insegnarmelo. Ecco perché sono qui.”

Il Maestro guardò il suo visitatore e sembrò sorridere un istante. Poi tornò serio, serissimo, e disse:

“Tu vuoi da me un metodo per superare qualsiasi problema. Ed io te lo posso rivelare, perché è questo ciò che vuoi, ed è questo che sei venuto fin qui ad imparare. “

“Sì, Maestro, è ciò che voglio; per questo sono venuto qui: perché lei possa insegnarmi a superare qualsiasi problema”, confermò il giovane.

Allora il Maestro fu convinto delle buone intenzioni del suo visitatore: “Ascolta, dunque. Il metodo è di facile applicazione, ma servirà la tua massima attenzione a ciò che sto per dirti perché tu lo possa applicare con successo. Il metodo, infatti, non può essere messo per iscritto, e non può che esserti spiegato una sola volta a voce.”

“Maestro, io sono pronto. La ascolto a cuore aperto, con la mia massima attenzione”, esclamò il giovane, ora davvero concentrato.

“Bene”, ripetè il Maestro, “cominciamo:  la prima cosa da fare è realizzare che ci sono solo e soltanto due tipi di problemi. Al primo tipo appartengono quei problemi che non hanno soluzione: sono problemi mal posti, finti, che aspettano solo che tu ti accorga di una cosa – di ciò che sono: ed è quando tu saprai ciò che sono, che sono cioè irrisolvibili, che smetterai di considerarli. Dei problemi che non hanno soluzione, cioè, saprai finalmente che non vale la pena occuparsi.”

Ci fu allora una pausa, una pausa che il Maestro si prese in modo deliberato. Sembrò aspettare, aspettare qualcosa, una domanda, un’interruzione. Il giovane visitatore aveva ascoltato con attenzione, infatti, ma aspettava il resto della spiegazione, e guardava il Maestro che rimaneva in silenzio. “Tutto qui?”, si chiese. “No, non può essere.” Non era disposto ad accontentarsi di quanto il Maestro aveva spiegato fino al quel punto. E sentì la necessità di puntualizzare:

“Maestro, ma a me interessano proprio gli altri problemi, quelli che sono lì ad aspettare di essere risolti, quelli che hanno una soluzione che io ancora non conosco. Come posso risolvere questi problemi?”

“L’altro tipo di problemi”, riprese il Maestro, paziente e sereno, “comprende tutti i problemi che possono essere risolti. Sono problemi ben posti, in cui tutti i dati, cioè – tutte le conoscenze di chi deve risolverli – sono lì a disposizione – per essere utilizzati ai fini della risoluzione. Sono problemi individuali, cioè attagliati all’individuo che scopre di averli; non sono mai problemi comuni, uguali tra un individuo e l’altro.  Ed è proprio per questo – grazie al loro essere perfettamente adatti all’individuo che li ha, a lui e a nessun altro – che possono essere risolti: grazie alla loro unicità: l’individuo non deve far altro che fare una lista degli ingredienti che ha in casa – che fanno da cornice al problema, come tutti i dati a lui noti fanno da cornice alla sua esistenza – e mettersi, per così dire, a cucinare, usando quegli ingredienti – facendo interagire quei dati noti tra di loro.

“Ma dire questo non basta ancora”, aggiunse il Maestro, proprio quando il visitatore stava per interrompere. “Bisogna infatti tenere presente che molti individui, ed è questo il più grande ostacolo alla comprensione del metodo e alla sua applicazione redditizia, non sanno distinguere davvero quali problemi non hanno soluzione, e sono dunque del primo tipo – vere perdite di tempo –  da quei problemi del secondo tipo, che come detto possono essere risolti solo tramite un’azione individuale, una volta raccolti tutti i dati a disposizione, proprio come si fa con gli ingredienti di una ricetta che, una volta ordinati sul tavolo della cucina, portano naturalmente alla preparazione e al consumo del piatto.

Il discepolo, ora, ascoltava con la dedizione più intensa. “Anzi, c’è di più. Dirò infatti che moltissimi individui”, continuò il Maestro, “e forse di questo te ne sei già accorto, truccano con sfarzo i loro problemi individuali, cioè i problemi del secondo tipo e che hanno una soluzione raggiungibile, camuffandoli da problemi del primo tipo  – da finti problemi che non si possono risolvere in prima persona. E fanno questo solo perché invece che constatare i dati che hanno a disposizione – i propri dati, le proprie condizioni individuali, che sono straordinarie nel verso senso della parola, eccezionali, irripetibili (non esiste infatti un individuo che sia uguale a un altro, come non esiste una cucina che sia identica a un’altra, o un frangente della vita che si ripeta esattamente uguale a se stesso) – invece che realizzare la propria unicità, dicevo, questi individui si considerano come membri affini ed appartenenti a gruppi: rinunciando cioè alla propria straordinarietà individuale in nome di una collettività che assicura loro vari vantaggi: tra cui, soprattutto, quello di non avere problemi del secondo tipo: i quali, essendo problemi individuali, come detto, e risolvibili dall’individuo, nelle collettività non trovano soluzione, mai.

Truccando i propri problemi individuali da problemi comuni, allora, costoro si convinceranno di avere soltanto problemi di cui non si dovranno occupare in prima persona: o perché crederanno che il problema non ha affatto soluzione (crederanno, cioè, che il problema sia del primo tipo, camuffato o meno, impossibile da risolvere: e perché occuparsene, dunque?) o perché crederanno che il problema sia comune a tutti gli appartenenti alla collettività, e che sarà proprio la comunità a doverlo risolvere: perché occuparsene in prima persona, dunque?

La differenza tra i due atteggiamenti è che l’individuo che resta in sé non si pre-occupa di alcun problema, sia che sia del primo tipo che del secondo tipo. Se il problema non ha soluzione, infatti, non ha senso pre-occuparsene. Se il problema ha soluzione, poi, ha ancora meno senso pre-ocuparsene: basta solo occuparsene – raccogliendo, come detto, gli ingredienti a disposizione sul tavolo e mettendosi a preparare – facendo interagire gli ingredienti tra di loro per produrre un risultato.

Il secondo atteggiamento, invece, quello dell’uomo che appartiene orgoglioso a una comunità che lo protegge, tra i molti aspetti che implica consente anche di bloccare l’occuparsi in prima persona di un problema. Se il problema apparirà tra quelli del primo tipo, infatti, non sarà certo sensato occuparsene; ogni tanto, nel migliore dei casi, l’individuo se ne pre-occuperà, senza fare veramente niente, limitandosi alla pre-occupazione.  Se il problema è del secondo tipo, poi, non sarà certo lui a occuparsene: anche in questo caso, ogni tanto, se ne pre-occuperà, senza fare veramente niente: limitandosi alla pre-occupazione, alla discussione del problema in comunità, alla condivisione del problema con altri pre-occupati.”

Il discepolo guardò il Maestro frastornato, quasi sconvolto, perché non capiva se aveva capito del tutto. Eppure sentiva chiaramente che qualcosa si era risvegliato: e fu poco dopo, quando era sulla strada di casa, che capì di aver capito tutto, e di sapere perfettamente come superare qualsiasi problema.

“Perciò”, concluse il Maestro, “per superare qualsiasi problema – per lasciarti alle spalle sia quelli del secondo tipo che quelli del primo tipo – rimani nella prospettiva individuale; non pre-occuparti mai, come fanno i membri delle collettività, ma occupati, occupati e basta – di che cosa? Dei problemi del secondo tipo, ovviamente, cioè dei tuoi problemi individuali: essi hanno tutti una soluzione: e la soluzione sei sempre tu.”

10 tecniche di evoluzione rapida per l’aumento del proprio potere

 

 

Esistono diverse tecniche di evoluzione rapida, e molte altre possono essere scoperte e migliorate in base a bisogni e a preferenze individuali.

Qui di seguito trovate una lista di dieci, semplicissimi metodi per aumentare il proprio potere in modo facile e gioioso. Sono tecniche che possono essere applicate ovunque, con chiunque, e ripetute a volontà secondo le esigenze dell’allievo.

Vi raccomando, solo, di seguire una prescrizione aggiuntiva: una volta deciso di applicare una tecnica, portate fino in fondo la sua esecuzione, senza interromperla. Se costretti a dare spiegazioni o a misurarvi con le conseguenze del vostro agire, raccontate semplicemente quel che avete fatto; se volete, aggiungete pure qualsiasi cosa vi verrà in mente lì per lì.  Il potere che avrete acquisito nel frattempo, d’altronde, vi aiuterà immediatamente a superare qualsiasi ostacolo che vi si presenterà – con vostro grande divertimento.

Ma ecco i dieci modi per aumentare il proprio potere – in modo semplice ed istantaneo:

  1. Manda un messaggio vocale in rima alla prima persona a cui pensi – su WhatsApp. Se non hai WhatsApp, scrivi un messaggio in rima (almeno due versi!) su un pezzo di carta, firmalo, e consegnalo alla persona a cui hai pensato inizialmente, o a un’altra di tua scelta.
  2. Appartati in un luogo isolato. Rimani in piedi, schiena dritta; chiudi gli occhi, porta la mano al petto. Fai tre respiri profondi. E pensa, dolcemente, a un paese straniero e lontano, e a una città di quel paese, e a una casa di quella città. Raggiungi la porta di quella casa, e bussa in modo gentile ma energico. Attendi che la porta si muova. Nel momento in cui la porta si apre, per rivelarti il suo interno – apri gli occhi.
  3. Tutti hanno dei segreti che ritengono inconfessabili. Avvicinati a una pianta o a un albero, oppure a un fiore. Avvicina la bocca il più possibile alla pianta che hai scelto. Bisbiglia a lei il tuo segreto inconfessabile, e se ti va, chiedile di darti un consiglio. Ringrazia, prima di allontanarti. La risposta non si farà attendere.
  4. Sei appena uscito di casa? Sei in strada e ti sei ricordato di aver letto di questa tecnica? Sei in macchina oppure a piedi? Benissimo! Saluta la prima persona che incroci, meglio se con un sorriso. Non importa che tu conosca questa persona o meno. Salutala con un sorriso e un bel colpo di clacson, oppure con un bel gesto aperto, o con la tua parola preferita: e goditi le conseguenze.
  5. Prendi un oggetto qualsiasi da terra e osservalo per almeno 30 secondi. Osservalo non solo sommariamente, ma nei dettagli. Osservane i colori, la composizione, fai attenzione a tutte le sensazioni che ti dà: tattili, visive, olfattive, uditive, gustative (nel caso tu voglia metterlo anche in bocca). Una volta osservatolo, seppelliscilo da qualche parte, oppure portalo a casa con te.
  6. Butta via un oggetto che non hai usato da tempo, pur avendolo da tempo con te. Liberati, cioè, di qualcosa che per te è inutile: un numero di telefono, un libro, un calendario vecchio, carta inutilizzabile, un vestito che non ti piace più. Meglio ancora è bruciarlo, allestendo un piccolo falò. Tutte le occasioni sono belle per fare un po’ di fuoco.
  7. Fai volontariamente il tragitto più lungo possibile per arrivare a una tua certa destinazione (scuola, ufficio, supermercato, cinema, palestra, pizzeria). Certo, avrai bisogno di più tempo: dovrai allora partire prima; e se sei in compagnia, sì, dovrai probabilmente dare spiegazioni. Lungo il tragitto incrementato, intanto, presta attenzione a tutto ciò che ti verrà regalato: nuovi incontri, nuovi scontri, nuove conoscenze, nuove percezioni. Sarai, in ogni caso, nel territorio del Nuovo, e dovunque poserai lo sguardo – troverai il Nuovo. Ricorda quelle percezioni e conoscenze, quegli scontri e quegli incontri, in modo che tu possa allungarli a loro volta, la prossima volta che sarai pronto ad aumentare ancora di più il tuo potere.
  8. Guarda un telegiornale, concentrandoti non sulle parole dette, ma sullo sfondo delle immagini mostrate. Togli il volume, se vuoi. Come è fatto quel microfono? Chi ci sarà in quel bar? E in quella casa dalle finestre accese? Perché quelle sedie in parlamento sono così lucide e riflettenti? Cosa c’è al di là della scrivania su cui campeggiano armi e droga? Che cosa ha sognato il conduttore la scorsa notte? Chi è questa donna ben pettinata?
  9. Urina all’aria aperta, meglio se guardando il cielo. Meglio se all’alba, oppure al tramonto. Esci proprio per questo scopo. Concediti questo lusso. Se puoi, uniscilo al punto 4.
  10. Appena ti ricorderai di questa tecnica numero 10, cambia la tua posizione e siediti per terra – bastano pochi secondi – almeno 10. Al principio, se proprio non riesci a toccare terra, anche uno scalino basso va bene – ma che sia il più basso possibile. Sii sincero con te stesso. Fermati lì per almeno 10 secondi, e interagisci con l’universo.

***

Queste sono le prime dieci tecniche di evoluzione rapida. Non ci sono controindicazioni di alcun tipo. Al contrario, più lo farete, più crescerete, perché più vi renderete bravi – cioè padroni delle tecniche e degli effetti da esse generati.

Consigli, domande, problemi?

Sentiamoci.

Il Taccuino delle Domande

Il Taccuino delle Domande è l’arrangiamento odierno di un’antica tecnica vedica di scomposizione e ricreazione della realtà. Utilizzando questo metodo l’energia psichica individuale, che regola il modo del singolo di vedere il mondo, viene gestita e investita in maniera non solo costantemente rinnovabile, ma anche intensificabile all’infinito. Proporzionalmente intensi, pertanto, saranno gli effetti sulla vita dell’individuo che adopererà questa tecnica, i quali apporteranno, essenzialmente, una sempre migliore conoscenza di se stessi e dell’universo. Sarà dunque possibile, per chi domanda in questo modo, investigare la propria realtà, purificarla, estenderla e raffinarla: fino all’onnipotenza.

Il procedimento è molto semplice, alla portata di ognuno e attuabile in qualsiasi momento della giornata. Che cosa serve? Prima di tutto un taccuino, meglio se di dimensione tascabile e a righe; in secondo luogo una penna nera oppure blu (meglio evitare il rosso); in terzo e ultimo luogo, servono le domande. Molto agevolmente, il taccuino e la penna si possono acquistare in cartoleria. Le domande, invece, sono dentro di te.

Dentro di me dove? Dipende. Alcune di queste domande sono dentro di te e quasi in superficie, quasi pronte per essere formulate e scritte. Ci vuole poco, perché occupano i primi strati psichici, quelli che vengono stimolati dalle tue percezioni più dirette: vista, olfatto, udito, riflessioni ordinarie. Domani pioverà? A che ora mangiamo? Da dove viene quest’odore? Questo ragazzo qui è così bello – avrà la ragazza?

Altre domande, quelle interessanti e rischiose, le hai represse così astutamente da aver eretto al loro posto ciò in cui credi indiscutibilmente: sono i punti in cui la tua realtà si è indurita, gli anelli più forti di ciò che ti incatena. Questi posti di blocco mentali ti permettono di stare comodo, di crederti sapiente, competente e arrivato. Sono tutte le tue certezze. Ti bloccano nella misura in cui definiscono la tua percezione di te. Ti rendono identico a chi sei stato finora.

Chi ti credi di essere? Dipende. Chi sarai? Dipende anche questo. C’è una battaglia in corso, sempre, tra conoscenza acquisita e immaginazione. La prima schiavizza la seconda in nome delle abitudini, della bandiera, delle istituzioni tutte, dei ruoli familiari, degli esperti e di chi obbedisce loro. La seconda dissotterra tesori dalle profondità oceaniche, getta ponti di luce sopra i baratri dei tabù; punta ai riflessi lunari della roccia, al cuore della giungla, all’uomo che respira, affannato ma tenace, dietro le sue maschere.

La prima, dall’agire della seconda, elaborerà epica per licei, scienza per dottori, musei per turisti, programmi TV per spettatori, procedure per burocrati. A prima vista crede di condurre e conduce, ma è grazie alla seconda che esiste, perché dalla seconda fu immaginata. Alla prima appartengono le risposte fulminee e granitiche, la coerenza del registro, il cappello del cuoco, i premi della giuria. Nella dimensione della seconda troviamo le domande, il cambiare idea, il tremore prima del trapasso, ciò per cui la giuria si è riunita.

La conoscenza già acquisita è fondamentalmente autoritaria; scende dal produttore al consumatore ed esige approvazione condivisa per giustificarsi, rituali e testimoni: viene perciò erogata da qualcuno che non appartiene al gruppo, che si pone, salariato o meno, dietro una barriera o su un piedistallo: il nonno, il conduttore del telegiornale, il professore; il giudice, l’impiegato, il vigile urbano, il blogger; il presidente, il prete, il DJ. L’immaginazione, al contrario, è individuale, autentica, in sé, per sé: sa essere libera; continuamente rivoluzionaria, perché prima di tutto evoluzionaria.

Il domandare avvia all’immaginare: è coraggioso, dinamico, gratis. Portatelo dietro ovunque tu vada. Comincerai, allora, non solo a cambiare, ma anche a delineare in prima persona i tuoi stessi cambiamenti. Quelli profondi, però, non saprai ancora descriverli mentre avvengono. Non ancora. Ecco perché è bene applicare questa tecnica in privato. Siine geloso e proteggila. Fanne la tua ricchezza più incondivisibile. Sei solo all’inizio, ricorda, e il taccuino è il supporto materiale di questo viaggio nell’ignoto: la tua astronave in viaggio.

Scrivici innanzitutto la data, quando lo apri per la prima volta in un certo giorno. Questo ti aiuterà, in seguito, a darti un’idea dei tuoi progressi. Un’idea soltanto, perché l’estensione della tua crescita – lo saprai ben presto – sarà incommensurabile. Al di sotto della data scrivi la domanda che ti è venuta in mente, la prima del giorno. O la prima della notte. Perché no? Tante incisioni quante sono le domande, man mano che queste vengono a galla. Scrivile una sotto l’altra, cercando di non perdertene nemmeno una. Una domanda riacciuffata sul varco che la riporterebbe all’oblio è ancora più importante delle altre, perché rende fertili territori contestati, dunque preziosi, che non sapevi nemmeno potessero far parte dei tuoi feudi mentali. Non lasciare alcun dubbio al dubbio – domanda e metti in colonna, sotto la data del giorno. Se tutto va bene, la tua lista di interrogativi si allungherà con facilità implacabile.

Ricorda che non ci sono domande stupide. Non ci sono mai state e non ci saranno mai. La stupidità, infatti, può essere definita semplicemente come quella debolezza che blocca il domandare. Viene sfruttata dai sapienti istituzionali con astuzia, consapevolmente o meno – perché? Per restare dove sono, chiusi all’interno di quanto hanno raggiunto e sanno. E per tenerti dove sei, chiuso all’interno di ciò che ti hanno insegnato, cioè di ciò che, fino a oggi, ti ha dominato. Solo il ricco, infatti, può aver paura di divenire povero. Così, chi crede di sapere, ha grande paura di non sapere più; cioè di essere smentito.  Ha persino grande paura di dubitare; cioè, quando si tratta di conoscenza, di ricevere e di dare. Il peggiore tra i sapienti offende e se la ride. Sdrammatizza: rinuncia, cioè, a mobilitarsi. Il sarcastico lo accompagna spesso: è colui che, oggi, soffre della sua stupidità.  Ma lo stupido vero e proprio è colui che non soffre affatto. Lo svela la parola stessa – stupidità – quando analizzata in profondità (e tutto svela la sua natura quando viene osservato con coraggio): stupidità significa immobilità – stolta, stantia, statica. Come ogni stabilità è assuefatta al proprio passato, che vede appunto come immobile e già trascorso; inerte, gode della propria inerzia, cioè della propria incapacità di fare arte: di muoversi verso qualcosa di nuovo; di tendere al futuro.

Il domandare è il contrario dell’essere stupidi ed instaura quel muoversi che è dramma. La domanda mette in dubbio: spezza, cioè, quello che era uno – la tua certezza sacra – in quello che è indefinibile, cioè senza fine, molteplice e tutto da esaminare – ciò che ancora non sai. Si dice in un libro famoso: le vedete, queste grandi costruzioni? Veranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non verrà distrutta.

Che cosa vuol dire la parola ‘diploma’? E la parola ‘laurea’? E la parola ‘dottore’? Saranno solo e soltanto parole, come sostiene chi dice di non avere alcuna domanda da scrivere sul taccuino? O hanno un certo potere, un certo carattere?

Cos’è, per me, il progresso? E come mi ha aiutato la mia famiglia a promuoverlo? Un uomo, ad esempio, è prima uomo oppure padre? Uomo oppure zio? Uomo oppure cugino? Uomo oppure cittadino? E una donna, può essere solo e soltanto una madre? Oppure può essere altro, che vada oltre la sua funzione genitale e affettiva?

Che cos’è, per me, uno spreco di tempo e di energie? Che cos’è, al contrario, una bella giornata? Si possono davvero fare scoperte nel proprio passato? E perché dovrei? Che cosa, ancora, non ho imparato? Di che cosa, ancora, ho paura? Che cosa mi fa stare male, e perché? Che cosa mi fa stare bene? E perché? 

Perché fa freddo, in inverno? E che cos’è il petrolio, risorsa che muove a distruzione e guerra, ma che mi riscalda bene quando lo brucio, e grazie al quale cucino?

Quali sono i limiti del mio corpo? E quelli della mia mente?

Cos’è la luce? Di che cosa si nutre un vulcano? E un fiore, si nutre? E un frutto, si nutre? E un seme?

Si può ancora imparare qualcosa dopo la scuola? Come si fa ad immaginare?

No, diranno alcuni. Sì, diranno altri. Ed io, cosa dirò? Se credo di non poter imparare più nulla, perché continuerò a vivere? Forse per cordardia? Forse per pigrizia? Forse non lo so, cosa mi fa vivere. E se non lo so, perché io vivo, perché non lo so? Forse perché non so, ancora, chi sarò?

Le risposte arriveranno. Quando? Dipende. Da chi sei, e da quanto ti sta a cuore sapere. Alcune si materializzeranno immediatamente, altre nel giro di ore oppure giorni; altre ancora col passare delle settimane e dei mesi. Giungeranno nella tua vita sotto forma di fatti, nozioni, esperienze, illuminazioni, lampi nel buio di cui ti renderai conto man mano che ti svegli. Saranno risposte tanto più precise, quanto più intime saranno le tue domande. Quanto più, cioè, le tue domande solleciteranno ciò che davvero vuoi sapere. Quanto più le domande attaccheranno il calcare: ciò che, in te, ancora bara. Lì pulsa, oppresso, quello che tu vuoi sapere, perché a te – e solo a te – manca.

Saper trovare, immaginando, e saper dare, amando, le proprie risposte alle proprie domande, in ogni occasione della propria vita: questa è vita; questa è arte.

Le risposte che ti arriveranno, poi, potrai prenderle per nuove verità: indiscutibili e definitive. Lì potrai benissimo fermarti e piantare la tenda della tua conoscenza. Lì potrai indossare la tua nuova maschera ed esibirla con bella soddisfazione. Oppure, se vorrai, ti potrai superare, mettere le tue conquiste in gioco, cioè in dubbio. Taccuino su taccuino, liberazione oltre liberazione.

Il potere è la capacità di aumentare l’interesse che si prova per ciò che, in un determinato presente, si è deciso di fare.

Si tratta di una capacità composita: ad essa concorrono, cioè, diverse qualità e capacità ulteriori. Doti come memoria, concentrazione, creatività, abilità, esperienza, controllo emozionale, serenità mentale, coraggio, ad esempio, contribuiscono senza dubbio a rafforzare l’interesse per una determinata situazione o persona, per un certo pensiero o una specifica attività.

In senso stretto, non ci sono poteri inferiori né superiori, perché il vero potere è individuale e dunque unico, irripetibile, in continua trasformazione: ciascuno lo compone in base alla sua vita e a quello che dalla sua vita si aspetta. Ciascuna delle qualità che compongono un dato potere, inoltre, può essere potenziata a sua volta. Come? Come detto: dedicando ad essa il proprio interesse.

Varrà sempre che laddove c’è interesse ci sarà anche potere. Così, chi tra i suoi interessi annovera la cucina eserciterà potere gastronomico. Chi si interessa di animali domestici, è certo, non tarderà ad esercitare il suo potere su qualche animale domestico. Guarderà, il nostro amico, molto calcio in televisione? Ed in che modo? Concentrandosi sul risultato finale, come uno scommettitore? Oppure come un tifoso, coinvolgendosi emotivamente e manifestando passione incontenibile? O ancora con un particolare riguardo per la tattica, le scelte degli allenatori, la conduzione delle squadre? Costui sara senz’altro potente in maniera correlata – comanderà la sua realtà in quanto scommettitore; oppure, nel secondo caso, il suo potere sarà quello di cui si vale un sostenitore della Juventus, del Real Madrid, del Bari o del Frosinone; e nel terzo caso sarà considerato un esperto di tattica calcistica e psicologia dello sport, e avrà, tra i suoi sudditi, coloro che accetteranno il suo potere – in base ai loro rispettivi interessi.

Chi nutrirà molto interesse per le chat, ne deriva, avrà grande potere in chat. Ed in quanto potente in chat, in chat dominerà i suoi servi. Chi si interessa con tutta l’anima di salute e malattie, di dolori, bruciori, digestioni, invece, lo vedremo presto assumere farmaci, consultare un dottore, scrivere allo specialista, informarsi in rete sul tasso di mortalità della meningite.

È limitato il potere di chi si occupa di limitazione – propria o altrui. Chi di limitazione parla, chi di limitazione si interessa, di limitazione ha paura. Avrà una vita limitata, segregata, prigioniera della limitazione a cui si interessa – a cui dà potere.

Chi si interessa di infinito avrà potere infinito. Chi si interessa di pace, dell’essenza della pace, meditandola, coltivandola, praticandola, sarà potente nello stesso senso – vivrà in una fortezza inespugnabile di pace. Chi si interesserà di libertà sarà libero. Ed è eterno il potere dell’eternità, e di coloro che all’eternità rivolgono il loro interesse.